Storico e profondo conoscitore della storia dell’orologeria, David Zanetta ha fondato la De Bethune nel 2002 insieme a Denis Flageollet. L’intento della nuova impresa, evidente fin dall’inizio, è sempre stato quello di entrare in questo mondo mantenendo salde le proprie radici nella grande tradizione del passato ma con lo sguardo rivolto verso il futuro. Per creare qualcosa di nuovo, e non semplicemente per realizzare, sia pure alla perfezione, cose già realizzate da altri.

D. Signor Zanetta, sebbene siano passati circa 14 anni da allora, lo spirito di De Bethune è ancora questo?
R. Lo “spirito De Bethune “ è e sarà sempre questo, altrimenti cesserebbe il significato dell’esistenza stessa di quanto creato fino a oggi. Il principio sul quale abbiamo lavorato è quello di far evolvere l’orologeria dal punto di vista tecnico, estetico e funzionale utilizzando il savoir-faire del passato unito a nuove tecnologie, materiali e trattamenti.

Rispetto ad altri marchi orologieri che possiamo definire d’avanguardia, da osservatrice di questo mondo credo di poter dire che De Bethune ha interpretato l’idea dell’innovazione in una maniera specifica e diversa dagli altri, puntando più sulla tecnica propriamente detta, il più delle volte nascosta, che sull’aggiunta di funzioni o di complicazioni più o meno spettacolari. È così? Se sì, quali sono le motivazioni alla base di questa scelta?
Non posso definire avanguardia il marketing teso a stupire gli “uomini senza lettere” o un’operazione tesa ad aumentare il fatturato: l’avanguardia è rivoluzione o innovazione, ed è così che noi l’abbiamo intesa. Quanto alle funzioni più o meno spettacolari, queste non sono assolutamente pertinenti né alla ricerca tecnologica né, ancor meno, a quella estetica, ed è per questi motivi che non ci interessano.

Conoscendo la storia di De Bethune, così come si è rivelata in questi anni attraverso le sue collezioni e, soprattutto, attraverso le sue “invenzioni” – dalla spirale al bilanciere, dallo scappamento al doppio bariletto autoregolante, dalla luna sferica al tourbillon – credo si possa parlare di una vera e propria ri-fondazione dell’orologeria meccanica. L’orologeria tradizionale è, dunque, solo un ricordo?
L’orologeria tradizionale rimane, di fatto, una realtà della scienza, il ramo fecondo della meccanica classica. Le opere magistrali realizzate da uomini, scienziati e artisti del livello di Claude Siméon Passemant – autore delle pendole astronomiche del castello di Versailles -, Antide Janvier, delle dinastie dei Leroy e dei Berthoud, del padre dell’orologeria moderna e maestro A. Louis Breguet, Jean Antoine Lépine, per finire nel secolo scorso con le meravigliose creazioni di Louis Cartier ed Edmond Jaeger – solo per citarne alcuni – sono le opere e il frutto dell’orologeria tradizionale. Esse costituiscono una realtà di meraviglie e invenzioni che, anche se sconosciute al grande pubblico, non sono solo un “ricordo” bensì un solco profondo quanto ineluttabile della storia dell’umanità, una fonte inesauribile di insegnamento del metodo che ci anima da sempre nella ricerca che è alla base della creazione di ciascuna delle nostre opere.

Il cammino fatto dal 2002 fino a oggi è sicuramente notevole. I premi e i riconoscimenti arrivati negli anni sono stati una soddisfazione, una conferma della validità del percorso intrapreso o un importante strumento per comunicare all’esterno il significato del vostro lavoro?
Durante il nostro cammino abbiamo vinto numerosi premi e il più prestigioso è arrivato sicuramente con la vittoria dell’Aiguille d’Or al Grand Prix di Ginevra nel 2011 – DB28 -, seguito poi dalla vittoria del miglior cronografo nel 2014 – DB29 -. Oltre che una soddisfazione personale, questi premi hanno sicuramente aiutato a far aprire gli occhi e a rassicurare molti collezionisti, a far conoscere il marchio a molti appassionati che ignoravano l’esistenza di De Bethune o che non consideravano il nostro lavoro per l’assenza di marketing.

Proporre sul mercato orologi “solo tempo” con un prezzo decisamente elevato – mediamente più alto rispetto al prezzo che si può pagare per avere un calendario perpetuo, un cronografo o un’altra raffinata complicazione – è una scelta che deve essere in qualche modo spiegata al pubblico. Immagino che i vostri clienti abbiano tutti gli strumenti per comprendere e apprezzare l’altissimo livello tecnico dei vostri orologi, ma gli altri? I clienti potenziali? Ritiene che oggi la cultura orologiera sia abbastanza diffusa per far arrivare questo messaggio a un pubblico più ampio? E in che modo?
Il prezzo è un elemento indissolubilmente collegato innanzitutto al costo, in secondo luogo al valore del bene. Per quanto attiene al costo, ci tengo a sottolineare che per ottenere la qualità De Bethune è stato necessario realizzare una manifattura che produce più di 3.500 componenti diversi, ognuno dei quali viene lavorato, finito e assemblato in house con livelli di qualità impossibili da ottenere presso qualsivoglia fornitore esterno – ricordo che la miriade di essi costituisce l’ossatura stessa dell’ orologeria svizzera -. Attenzione: i costi di realizzazione e di gestione della nostra Società sono difficilmente immaginabili per i profani non solamente in termini venali ma anche dal punto di vista delle conoscenze uniche, di savoir-faire ancestrali, di nuove tecnologie applicate.
Per quanto attiene al valore del bene, possiamo tranquillamente affermare che la qualità, l’eccellenza e la rarità dei nostri orologi giustificano abbondantemente il prezzo. Aggiungo che altri “fabbricanti”- assemblatori presenti sul mercato, assolutamente privi delle qualità, dei brevetti e dei contenuti tecnologici esclusivi della nostra Manifattura, risultano enormemente più costosi.

Qual è, attualmente, la vostra capacità produttiva?
Produciamo circa 400 orologi l’anno.

E qual è il cliente-tipo di De Bethune?
Il nostro cliente-tipo è un collezionista e conoscitore della storia e della tecnica orologiera.

Se prendiamo in considerazione la presenza del marchio nel mondo, quali sono i vostri mercati più importanti?
I nostri mercati più importanti sono il Sud est Asiatico, l’Italia e gli USA.

In Italia il marchio è presente in diversi punti-vendita, naturalmente molto esclusivi e selezionati. Da italiano, immagino che il punto di vista del pubblico del bel paese sia per lei interessante. È così? Pensa che sia ancora un pubblico capace di apprezzare la bella orologeria e di orientarne le tendenze?
Esiste sicuramente un pubblico capace di apprezzare la bella orologeria. Quanto a “orientare le tendenze”, i livelli di qualità che i nostri orologi impongono vanno ben oltre le capacità di conoscenza e di comprensione del grande pubblico che si fa influenzare dalle tendenze.