Settembre 2000 - No. 141



Il museo di Omega


La visita al museo Omega rappresenta non solo l'affascinante incontro con uno dei marchi più prestigiosi del settore, ma anche l'occasione per raccontare, partendo dal punto di vista orologiero, alcuni dei momenti più importanti che hanno caratterizzato la storia contemporanea.

Una parte della sezione dedicata al cronometraggio sportivo.

Situato in una splendida palazzina affacciata sul fabbricato che ospita la sede della Manifattura, il museo offre una dettagliata descrizione delle tappe più significative degli oltre centocinquanta anni di vita della Omega, la cui fondazione risale al 1848, allorquando Louis Brandt inaugura a La Chaux-de-Fonds un laboratorio di assemblaggio di movimenti. Il trasferimento a Bienne avviene nel 1880 e sottolinea lo spirito imprenditoriale dei figli del fondatore, capaci di trasformare l'idea di Louis Brandt in un'azienda che, nel 1889, annovera 600 dipendenti e fabbrica 100.000 orologi da tasca all'anno. Nel 1894 viene presentato il calibro Omega 19 linee, meccanismo di notevoli qualità tecniche, costruito secondo innovative metodologie produttive che prevedevano la totale intercambiabilità di ogni parte del movimento. Il successo del calibro Omega è tale da suggerire l'inserimento del nome nella ragione sociale nel 1903 (trasformata in "Société Anonyme Louis Brandt & Frère SA - Omega Watch Co"; nel 1947 il nome Omega viene anteposto a quello del fondatore, mentre la denominazione "Omega SA" risale al 1982), e da diventare portabandiera della precisione e dell'affidabilità meccanica che ha contraddistinto le successive creazioni della Manifattura.

L'orologio per piloti prodotto dalla Omega nel 1938.

Veniamo ora all'aspetto più affascinante del museo: stiamo parlando delle sale di esposizione e dei preziosi orologi contenuti nelle bacheche. L'emozione suscitata in noi dalla visione di pezzi leggendari ci ha spinto a "rubare" certi esemplari (soltanto le immagini, ovviamente), capaci di incuriosire gli appassionati. Informiamo inoltre che il museo Omega può essere visitato su appuntamento, dal lunedì al venerdì, dalle 08.00 alle 12 e dalle 13.30 alle 16. Per ricevere ulteriori informazioni è preferibile contattare direttamente la Omega SA - Rue Stämpfli 96, CH 2500 Bienne 4 Svizzera - telefono 0041 32 343 9211.

L'Omega realizzato per la RAF (1953).

Molto ardua si è rivelata la scelta, tra le diverse centinaia di orologi presenti, dei modelli da mostrare in queste pagine.
Il criterio di selezione adottato si basa su un semplice gioco di parole che, prendendo spunto da cinque specialità le cui iniziali compongono il nome Omega, illustra cinque ambiti in cui la Manifattura si è particolarmente distinta: O come Olimpiade, M come Militare, E
come Estetica, G come Geografia e A come Astronauta. I Giochi Olimpici rappresentano una delle tematiche più interessanti affrontate dalla Casa di Bienne. Tale manifestazione, svoltasi la prima volta nel 1896 ad Atene e da allora suprema testimonianza del desiderio dei campioni di confrontarsi e di eccellere nelle più disparate discipline, ha richiesto l'utilizzo di strumenti in grado di misurare con precisione sempre più accurata le performance degli atleti.

Le versioni uomo e donna dell'Omega Dynamic.

La frequentazione di Omega del "mondo dei cinque anelli" è iniziata nel 1932 alle Olimpiadi di Los Angeles e, accompagnati dal curatore del museo, possiamo osservare l'evoluzione che ha contraddistinto i contatori sportivi, consentendo alla Maison di qualificarsi per molte edizioni come "Cronometrista Ufficiale dei Giochi Olimpici".

L'Omega Marine del 1936.

Dai cronografi sdoppianti si è infatti passati alle complesse console, che ospitavano numerosi contatori affiancati per consentire la misurazione delle gare con più atleti impegnati contemporaneamente, fino agli strumenti dotati di numeri digitali e capaci di conteggiare le più piccole frazioni di secondo.
Gli orologi militari costituiscono il secondo momento del viaggio tra le meraviglie della "galleria d'arte orologiera" Omega. Tra i pezzi più rappresentativi presentiamo il rarissimo modello per piloti del 1938, la cui replica è protagonista di questa nostra "cover story". Prodotto in un numero estremamente limitato di esemplari, con quadrante a due toni e grandi numeri arabi, spicca per la sua bellezza e per le generose dimensioni della cassa.
L'esemplare del 1953, realizzato per la Royal Air Force (RAF), si distingue invece per l'elevata protezione del meccanismo dagli influssi dei campi magnetici, ottenuta mediante la costruzione di una cassa la cui parte esterna è in acciaio inossidabile, mentre quadrante e calotta interna sono realizzati in ferro dolce. Sul quadrante nero è riprodotta la "Broad Arrow", simbolo che caratterizza tutti gli orologi fabbricati su commessa delle Forze Armate britanniche.

Il "superprofessionale" Omega Seamaster 600 (1970).

Per quanto riguarda l'estetica (E come Estetica), Omega si è qualificata per la proposizione di soluzioni innovative e per la costante ricerca di nuove linee da adottare per modelli fabbricati in serie o per i pezzi unici (tra questi ultimi segnaliamo gli orologi-gioiello disegnati da Gilbert Albert e da Luigi Vignando che, negli anni Sessanta-Settanta, consentirono alla Omega di aggiudicarsi numerosi premi tra i quali il Diamond International Award, il Prix de la Ville de Genève e la Rosa d'Oro di Baden-Baden). Oltre ai classici Constellation, Sapphette e Art, la nostra attenzione si è soffermata su alcune splendide versioni del Dynamic, modello di fine anni Sessanta con cassa monoscocca di forma ovale, disegnata da Raymond Thévenaz e studiata secondo principi ergonomici che ne garantivano la perfetta indossabilità.

Il primo modello di Omega Speedmaster (1957).

Il rapporto Omega-geografia può essere definito sia come presenza sul territorio, resa possibile dalla capillare politica commerciale che ha contribuito a diffondere il marchio e i prodotti nei cinque continenti, sia come desiderio di "distribuire" i segnatempo della Casa di Bienne anche tra i frequentatori delle profondità marine, grazie alle molte interpretazioni che la Manifattura ha fornito dell'orologio impermeabile. L'Omega Marine documenta il primo tentativo, risalente agli anni Trenta, di realizzare un modello con una buona tenuta stagna. L'ingegnoso sistema adottato si avvale di una doppia cassa, la cui parte interna ospita il meccanismo e viene inserita in una controcassa chiusa ermeticamente su tre lati

Lo Speedmaster Professional Quartz del 1977.

.Di tutt'altro genere è il Seamaster 600, autentico "dominatore degli abissi" capace di sopportare pressioni molto elevate e impiegato nel corso di alcune esplorazioni scientifiche sui fondali al argo del golfo di Lione e del golfo di Ajaccio.
L'ultimo capitolo della nostra visita è legato alla conquista della Luna, avvenimento al quale la Omega - grazie al suo modello Speedmaster - ha fornito un contributo rilevante.
L'Omega Speedmaster era al polso degli astronauti dell'Apollo XI, nome della navicella protagonista dell'allunaggio nel luglio del 1969, ed è stato inoltre adottato da più di venti missioni ufficiali della NASA, dalle Gemini alle Apollo, dagli equipaggi dello Shuttle e dai cosmonauti sovietici a partire dal 1975.

Lo stretto rapporto di collaborazione tra l'ente spaziale americano e la Maison elvetica è testimoniato dalla presenza, presso il museo, di una plancia di comando utilizzata dalla
NASA nel suo centro spaziale di Houston.

All'interno della sezione dedicata agli orologi per astronauti abbiamo deciso di proporre le immagini di due Speedmaster costruttivamente e concettualmente molto distanti.
Il modello del 1957 è il primo Speedmaster realizzato dalla Manifattura. Ancora lontano dal diventare "l'orologio della Luna", si contraddistingue per le notevoli doti di robustezza e maneggevolezza, e per l'impostazione grafica, ripresa in seguito da altre versioni del
fortunato cronografo. Di natura completamente differente è lo Speedmaster Professional Quartz del 1977, con quadrante a cristalli liquidi e indicazioni comandate da un meccanismo elettronico al quarzo. Tipica espressione degli anni Settanta, tale esemplare sottolinea la versatilità con la quale lo Speedmaster si è adattato alle esigenze estetiche e funzionali di ogni epoca.

A.U.

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