François-Henry Bennahmias è stato nominato CEO di Audemars Piguet nel gennaio 2013 dopo circa 20 anni di lavoro internazionale per il brand. Dal 1999, in particolare, è stato Presidente e CEO di Audemars Piguet North America lavorando contemporaneamente anche allo sviluppo del brand nell’America del Sud.

D. Dunque, Mr. Bennahmias, potremmo riassumere la sua esperienza professionale nell’espressione “tanti paesi e un solo brand”. Immagino che questa conoscenza dei diversi mercati mondiali sia molto importante per dirigere, oggi, Audemars Piguet. Non è così?
R. Sì, è molto importante per vedere le differenti sfaccettature di una compagnia. Essere nell’haedquarter di un’azienda aiuta molto a conoscere gli interessi primari e le necessità dei mercati, e viceversa. Io non sono il solo ad aver seguito questo percorso; noi incoraggiamo attivamente il nostro staff a muoversi da una realtà a un’altra quando se ne presenta l’occasione.

Riguardo al mercato americano, che lei conosce molto bene, in cosa è diverso da quello europeo?
Il mercato americano è unico. Quando vai lì non ti aspetti di trovare differenze tanto forti rispetto all’Europa ma non appena ti siedi dietro a una scrivania queste differenze vengono fuori. Per capire tutto ciò è necessario vivere tale esperienza. Gli Stati Uniti sono molto diversi dall’Europa, come pure dall’Asia. Il “comportamento” dei diversi mercati internazionali quanto e in che modo può condizionare la produzione del brand? Attualmente non la condiziona più. Abbiamo fatto qualche errore in passato, quando alcuni modelli rispondevano ai bisogni di mercati specifici, mentre oggi è chiaro che un brand, per essere forte globalmente, deve mostrare un’immagine unica e un’identità coerente. Non vogliamo, insomma, che siano le persone a differenziare Audemars Piguet in Europa da Audemars Piguet negli Stati Uniti.

La produzione di Audemars Piguet è rappresentata in modo prevalente dal Royal Oak, affiancato dalle linee più classiche come la Millenary e la Jules Audemars, al punto tale che a volte si parla di “monoprodotto”. A tale proposito le rivolgo due domande: la prima è se questa presenza forte del Royal Oak si “ripete” ovunque o se è specifica di alcuni mercati; la seconda è se questo rappresenta per voi un vantaggio oppure un limite.
Noi siamo molto fortunati ad avere un modello iconico come il Royal Oak. Alcuni brand farebbero di tutto per averlo e noi non dobbiamo dimenticare che grazie ad esso abbiamo potuto sopravvivere alla crisi del quarzo negli anni ‘70. La collezione è molto forte globalmente, anche in regioni come l’Asia dove fino a qualche anno fa continuavamo a dire che i clienti preferivano gli orologi rotondi. Siamo molto fieri di questo risultato.

Quali sono stati, nei suoi tre anni e mezzo alla guida di Audemars Piguet, i suoi obiettivi prioritari? E quali sono quelli ai quali sta lavorando attualmente in vista dello sviluppo futuro della marca?
Fare in modo che ognuno comprenda che esiste un solo e unico team, con una visione unitaria dei nostri obiettivi, è stato di gran lunga il mio risultato più grande. Mi sento come il conduttore di una grande orchestra non appena ognuno inizia a suonare in armonia. Questo è un obiettivo che continua, ed è anche il più importante quando hai così tanti talenti e collaboratori qualificati che lavorano per l’azienda.

Quali sono, dal suo punto di vista, i punti di maggior forza del brand rispetto ai suoi competitor?
Il suo spirito d’indipendenza e i legami familiari. Questi due punti combinati insieme ci permettono di essere molto diversi al confronto con i grandi gruppi che popolano l’industria orologiera. Noi siamo più reattivi e non siamo spinti dal principio dei risultati trimestrali; al contrario, possiamo focalizzare le nostre attenzioni su strategie a lungo termine e nel contesto economico corrente: questo può fare una differenza ancora maggiore. Come ripete spesso Jasmine Audemars, Presidente del Consiglio di Amministrazione, “Oggi non è più questione che il pesce grosso mangia quello piccolo. La questione è che il più veloce ha il sopravvento su quello più lento”.

Negli ultimi anni il brand ha sviluppato notevolmente il tema delle boutique. Avete riscontri positivi a tale riguardo? Come è il rapporto tra boutique e concessionari? Non si rischia la sovrapposizione?
L’industria orologiera sta assistendo a un periodo di consolidamento e Audemars Piguet non fa eccezione. Questo implica meno punti vendita e un maggior numero di boutique monomarca. Tuttavia, ciò non vuol dire che noi trascuriamo i nostri concessionari. Infatti, oltre metà delle nostre boutique monomarca sono gestite da alcuni dei nostri partner più forti.

La mia ultima domanda è legata all’orologio che è oggetto della cover story di OROLOGI: il Royal Oak Concept Supersonnerie. Come mai c’è sempre una grande curiosità dietro il lancio di un nuovo “Concept watch”? E perché oggi le innovazioni più importanti sono presentate più facilmente in questa forma piuttosto che in una cassa di tipo classico?
La collezione Royal Oak Concept è storicamente la collezione nella quale noi riuniamo i nostri movimenti più rivoluzionari. Il primo Royal Oak Concept fu lanciato in occasione del 30° anniversario del Royal Oak nel 2002 ed era caratterizzato da un’estetica e da un meccanismo che non era mai stato visto prima; per fare un esempio, in quell’occasione avevamo usato la platina come quadrante: per la prima volta un orologio era senza il quadrante tradizionale!
Ora, se il Royal Oak Concept Supersonnerie è esso stesso così affascinante, probabilmente lo è perché noi siamo riusciti a spingere indietro i nostri limiti ancora una volta. Trasformare un orologio con suoneria il cui scopo originale è fornire a chi lo indossa un’indicazione temporale attraverso un suono confidenziale in un orologio che ti permette di condividere la sua musica con le persone intorno a te non è un’impresa da poco. Riuscire a liberare il suono è stato un obiettivo molto eccitante per Audemars Piguet e per i partner con i quali abbiamo lavorato, come l’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne. Ma ciò non vuol dire che siamo al traguardo finale: teniamo aperti gli occhi perché il meglio deve ancora venire!