Il SIHH, il Salone Internazionale dell’Alta Orologeria di Ginevra, ha compiuto 29 anni e va detto che la manifestazione migliora costantemente, sia per quanto riguarda gli aspetti organizzativi – con nuovi spazi per eventi e conferenze – sia per il ventaglio di offerte da parte dell’universo orologiero. A questa edizione, che ha visto il record di visitatori, hanno preso parte 18 Maison, che potremmo definire nomi storici e affermati, più 17 “piccole” Maison, dove l’aggettivo piccole si riferisce al giro d’affari e alla dimensione aziendale e non certo alla qualità dei prodotti e all’inventiva. Fatte salve le solite, immancabili, eccezioni, si può dire che prosegue la tendenza già registrata negli ultimi due-tre anni, ovvero un ripiegamento su modelli del passato rivisitati come dimensioni, colori e parte meccanica. Sebbene vi siano segnali positivi di una forte ripresa del mercato, soprattutto quello cinese, poche Case si sono, per così dire, sbilanciate, presentando modelli completamente nuovi e più d’una è ancora alla finestra ad aspettare che l’orizzonte si schiarisca del tutto. Un orizzonte che ha avuto per protagonisti due colori: il blu, che ha dominato molti quadranti, e il verde, quest’ultimo di una tonalità particolarmente intensa e a volte anche sfumata. Tra coloro che non hanno insistito sulla riscoperta del vintage, il primo premio spetta certamente all’Audemars Piguet che con il suo modello Code 11.59 ha voluto uscire da quella sorta di “ghetto” dorato rappresentato dalla collezione Royal Oak. L’orologio – realizzato in varie versioni – non colpisce immediatamente, a prima vista sembra banale, invece è di costruzione e design molto sofisticati e va osservato e soppesato attentamente per apprezzare la complessa struttura della cassa, il vetro, Orologeria di Ginevra, ha compiuto 29 anni e va detto che la manifestazione migliora costantemente, sia per quanto riguarda gli aspetti organizzativi – con nuovi spazi per eventi e conferenze – sia per il ventaglio di offerte da parte dell’universo orologiero. A questa edizione, che ha visto il record di visitatori, hanno preso parte 18 Maison, che potremmo definire nomi storici e affermati, più 17 “piccole” Maison, dove l’aggettivo piccole si riferisce al giro d’affari e alla dimensione aziendale e non certo alla qualità dei prodotti e all’inventiva. Fatte salve le solite, immancabili, eccezioni, si può dire che prosegue la tendenza già registrata negli ultimi due-tre anni, ovvero un ripiegamento su modelli del passato rivisitati come dimensioni, colori e parte meccanica. Sebbene vi siano segnali positivi di una forte ripresa del mercato, soprattutto quello cinese, poche Case si sono, per così dire, sbilanciate, presentando modelli completamente nuovi e più d’una è ancora alla finestra ad aspettare che l’orizzonte si schiarisca del tutto. Un orizzonte che ha avuto per protagonisti due colori: il blu, che ha dominato molti quadranti, e il verde, quest’ultimo di una tonalità particolarmente intensa e a volte anche sfumata. Tra coloro che non hanno insistito sulla riscoperta del vintage, il primo premio spetta certamente all’Audemars Piguet che con il suo modello Code 11.59 ha voluto uscire da quella sorta di “ghetto” dorato rappresentato dalla collezione Royal Oak. L’orologio – realizzato in varie versioni – non colpisce immediatamente, a prima vista sembra banale, invece è di costruzione e design molto sofisticati e va osservato e soppesato attentamente per apprezzare la complessa struttura della cassa, il vetro,
particolarmente lavorato sul quadrante, e anche come quest’ultimo è stato realizzato. Va, insomma, “gustato” nei dettagli, come avviene per un piatto preparato da un grande chef. Sul Code 11.59, inoltre, sono stati anche montati tre nuovi calibri interamente di manifattura. Nell’Olimpo della tecnologia si collocano il …

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