Milano: via Giuseppe Mazzini 3, un passo da piazza Duomo, si entra in negozio e troviamo le iniziali LV sul tappeto. Non si tratta di Louis Vuitton e nemmeno del meneghino Luchino Visconti, ma di Luigi Verga, l’orologiaio fondatore di una dinastia di appassionati imprenditori giunta alla 4° generazione con Riccardo, Federico e Filippo. Ad accogliermi in negozio c’è Riccardo, che lavora sotto gli sguardi affettuosi di nonno Valerio e di papà Umberto in un bel via-vai di clienti che si mostrano a loro agio quasi fossero a casa loro. Penso e mi chiedo “Chissà se scoprirò come mai alcuni acquirenti da fuori Milano fanno centinaia di chilometri per venire qui, in via Mazzini, a comprare l’orologio dei loro sogni. Riccardo mi racconta insieme al fratello Federico, collegato telefonicamente in viva voce, la storia dell’Orologeria Luigi Verga.

D. Tutto parte da dove ci troviamo. Giusto?
RV. Assolutamente sì. Il 25 aprile del 1945, Luigi Verga era scampato alle bombe della RAF e ai rastrellamenti tedeschi. Finalmente finiva la Seconda Guerra Mondiale e tutti speravano in una possibilità di rinascita.

Non solo a Milano ma in tutto il Paese, che era devastato fisicamente e moralmente.
RV. Quattro giorni dopo gli alleati sono a Milano e un reporter americano in uniforme, che sta documentando la cronaca che sarebbe diventata storia, entra nell’Orologeria Giudici. Ha un problema perché al suo polso l’orologio è fermo. Il palazzo dove ha sede Giudici è fra i pochi rimasti in piedi dopo i raid aerei. Milano è ancora una città fantasma, ferita a morte ma per fortuna ancora capace di respirare. Il reporter porge l’orologio a Luigi Verga, direttore della ditta Giudici, che glielo aggiusta in poco tempo sotto gli occhi ammirati del figlio Valerio. Tutto cominciò quel giorno, e il 29 aprile del 1945 rimane una data indelebile. Perché comincia a definirsi il sogno di un negozio di proprietà, dove oltre a vendere orologi si presta servizio a chi ha dei problemi con i segnatempo, come il reporter yankee. Così si dissero Luigi e Valerio. E così decisero.

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