Questo il claim che ritorna ogni volta che si parla di orologi in bronzo e che probabilmente è alla base della sua rinascita “estetica” di questi ultimi anni.

Materiale versatile, grazie alla facile fusione e all’elevata fluidibilità che consente di riempire agevolmente gli stampi, il bronzo è una lega metallica composta perlopiù da rame – circa il 60-70% – e da una percentuale variabile di altri elementi, tra i quali i più comuni sono lo stagno, l’alluminio, il piombo e il fosforo, a seconda del grado di durezza e del colore che si intende ottenere. La sua particolarità più evidente, da un punto di vista strettamente estetico, consiste nel naturale processo di ossidazione che con il trascorrere del tempo ne altera la cromia originaria, la cosiddetta patina brunita che riveste superficialmente il metallo senza intaccarlo ma proteggendolo dalla corrosione e donandogli un aspetto vissuto, trasformando ogni esemplare in un pezzo unico.
La qualità principale da un punto di vista più tecnico infatti, per questo materiale che potremmo paradossalmente considerare “vivo” dato il suo mutare e invecchiare con il trascorrere degli anni, è, insieme alle proprietà antimagnetiche, proprio la resistenza alla corrosione anche a contatto con l’acqua salata, in percentuali maggiori o minori a seconda delle caratteristiche fisico-chimiche. Da qui il suo impiego, in verità fino a qualche tempo fa piuttosto raro, anche nell’orologeria, perlopiù subacquea; da alcuni anni però la tendenza è cambiata e sono sempre di più le Maison che, magari per un solo modello, scelgono di utilizzare il bronzo.
Dalla sua scoperta in quella che viene appunto indicata come “età del bronzo” – periodo neolitico, 2300-700 a.C. circa – quando veniva utilizzato per realizzare armi e utensili vari, il suo uso ha attraversato tutte le epoche e toccato gli ambiti più disparati, non ultimo quello che ci interessa in questa sede; particolarmente diffusi, infatti, i sontuosi orologi da tavolo in bronzo dorato particolarmente in voga nell’800 (stile Impero). Ma anche le casse dei modelli da tasca hanno ospitato questa lega metallica, così come, più rara- mente, gli orologi da polso; ne abbiamo te- stimonianza in alcuni esemplari vintage di segnatempo subacquei – anni 1950-’60 – che però, il più delle volte, sono rimasti allo stato prototipale. Poi, intorno agli anni ’90, un designer libero e non omologato come Gérald Genta, autore di alcune icone dell’orologeria alto di gamma nonché titolare di un marchio a suo nome, presenta un segnatempo come il Gefica Safari con cassa in bronzo opaco, un orologio dall’ispirazione esotica con una doppia fila di borchie a ornare il contorno della corona e della cassa perfettamente circolare con singole anse centrali: un design dirompente e un po’ tribale, in cui il bronzo non asseconda un suo probabile indirizzo progettuale – il diving – ma acquista valore estetico e simbolico. Ed è un’eredità importante quella che ci ha lasciato Gérald Genta, nato da madre svizzera e padre italiano nel 1931 e morto nel 2011; un’eredità raccolta già nel 2000 dalla Maison Bvlgari, titolare dei diritti su marchi, disegni e brevetti legati al suo nome nonché sugli orologi dei quali ha curato in questi anni la distribuzione, compresi alcuni modelli in bronzo. E a proposito di…

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