Affermare che la Formula 1 sia in mano solamente ai piloti e alle auto è come credere che il calcio sia uno sport che si può praticare anche senza pallone. La verità, come ci insegna la storia della F.1, è che nelle competizioni, motoristiche specialmente, il conteggio del tempo è la chiave di tutto. Non è un caso che la maggior parte delle scuderie di F.1 sia legata a un marchio di orologi, magari costoso e di nicchia. In fondo è il tempo il re a cui si inchinano i vari Vettel o Räikkönen.

Ci sarà una ragione perché esiste il Rolex Australian Grand Prix o il Ro-lex British Grand Prix?

Per quale ragione la Casio è abbinata a Red Bull e ha anche prodotto due edizioni speciali di orologi da GP?

Perché la Williams è legata a Oris e la Lotusha trovato in Richard Mille uno sponsor molto generoso?

Semplice: perché tutto è in mano ai cronometri. Fino a qualche anno fa la Formula 1 era sponsorizzata dalla Tag Heuer e prima ancora dalla Longines con Olivetti computer.

È chiaro che il cronometro segna il successo, ma è anche lo strumento che rende credibile la competizione. Altrimenti che senso avrebbe una gara se non fosse affidabile il suo mezzo di misura?

Ma non è stato sempre così.

Negli anni ’90 ci fu il fenomeno di tre piloti alla pari in pole position. Nel Gran Premio di Jerez, ultima della stagione 1997, il cronometro assegnò a Villeneuve, Frentzen e Schumacher lo stesso identico tempo uguale al millesimo. Ma tutti loro avevano realmente percorso il tracciato simultaneamente e chi poteva garantirlo?

Degli esperti analizzarono il giro sezionandolo e venne fuori che qualche differenza c’era, ma per l’audience e per le cronache, fu omologato quell’incredibile risultato, frutto di una possibilità su qualche miliardo…

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