Scoprire, conoscere e salvaguardare. ecco le parole che meglio di altre raccontano il legame speciale di Rolex con l’esplorazione e che, tradotte in termini tecnici, sono racchiuse nella lunga storia dell’Explorer e dell’Explorer II

 

di Anna Rita Romani

 

Era il 29 maggio 1953 quando l’alpinista neozelandese Sir Edmund Hillary e lo sherpa nepalese Tenzing Norgay toccarono la vetta dell’Everest, a 8.848 metri di altitudine. I due uomini, entrati da quel momento nella leggenda, facevano parte di una spedizione britannica guidata dal colonnello Sir John Hunt e condotta sotto l’egida del Joint Himalayan Committee, un ente britannico nato proprio per supervisionare le missioni nel sistema montuoso asiatico, che durante la prima metà del ventesimo secolo avevano appassionato gli alpinisti del mondo intero; passione fortemente condivisa da Rolex, che partecipò attivamente alla missione del 1953 fornendo i propri orologi come parte integrante dell’equipaggiamento degli alpinisti, come aveva già fatto in numerose spedizioni precedenti, ad iniziare dal 1933, e come fece subito dopo per le scalate sul K2 (1954), sul monte Kangchenjunga (1955) e sul monte Makalu (1955): ben 17 spedizioni tra il 1933 e il 1955, immediatamente seguite dall’importante supporto dato alla costruzione della base Halley in Antartide tra il 1955 e il 1958 nell’ambito delle ricerche scientifiche organizzate per l’Anno Geofisico Internazionale, a testimonianza non solo dei valori ispiratori della storia del Marchio, ma anche della convinzione del tutto pragmatica che non esiste un laboratorio migliore del nostro pianeta per testare e migliorare i propri orologi.

Un principio, quest’ultimo, che si era già rivelato vincente nello sviluppo degli orologi subacquei – un laboratorio a cielo aperto per testare la resistenza e l’impermeabilità della cassa oyster, per esempio, era stato la spedizione sulle coste della Groenlandia dell’esploratore polare Henry George Watkins, tra il 1930 e il 1931 – e che ora consentiva prove “dal vero” nelle difficili condizioni di alta montagna, a temperature estreme, dove il controllo del tempo può davvero diventare una questione di sopravvivenza.      Ma se la conoscenza degli ambienti naturali più inaccessibili – dalle vette più alte agli abissi, passando per i poli – è stato ed è il prezioso contributo dei grandi esploratori, nel tempo il desiderio della scoperta ha lasciato progressivamente il posto alla volontà di proteggere e salvaguardare i nostri ecosistemi.

E anche in questo caso Rolex ha dimostrato attenzione e lungimiranza, mettendo il proprio know-how a disposizione dell’esplorazione, della scienza e, infine, della protezione ambientale e della sostenibilità, che oggi rappresentano i principi fondanti del Rolex Perpetual Planet…

L’articolo intero è pubblicato su Orologi, le misure del tempo n#345 giugno-luglio

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La cassa Oyster del nuovo Explorer II misura
42 millimetri di diametro; è realizzata in acciaio
Oystersteel con carrure monoblocco, corona e fondello a
vite, lunetta graduata 24 ore e vetro zaffiro antiriflesso.
L’impermeabilità è garantita fino a 100 metri.