Foto di Dario Tassa

Io ne ho due. Parlo di camelie nel mio giardino, ovviamente, non sto parlando del calibro 2, che al fiore di camelia è ispirato. Così ha voluto la mia signora: una fa i fiori rosa, l’altra rosso vermiglio, d’inverno, quando il resto del giardino è ancora in letargo.

Io che di fashion non posso millantare alcunché posso solo riferire il frutto delle mie veloci ricerche al riguardo.

Chanel, di cui pure avevo contezza – ma solo di “C” intrecciate e di perle -, ha una predilezione per le camelie, per la loro perfetta geometria, per la mancanza di spine e per la totale assenza di profumo.

Quest’ultima peculiarità, lungi dall’essere ritenuta un difetto, era particolarmente apprezzata da Coco Chanel, che poteva appuntarsela sui suoi abiti senza interferire con il suo profumo.

Per celebrare il 30° anniversario dell’orologio Première – dalla forma ispirata a sua volta dalla forma del tappo del flacone di profumo N°5 e alla geometria di Place Vendôme, questo giuro di averlo saputo senza bisogno di ricerche, – la Maison francese ha presentato il Première Camelia Scheletrato, equipaggiandolo del secondo movimento in-house Chanel, denominato semplicemente Calibro 2. Di questo ci occupiamo in queste pagine.

Come vedete nelle foto si tratta, dal nostro punto di vista tecnico, di un calibro base, cioè di un solo tempo. Mi sforzerò di farvi apprezzare come, per una volta, la tecnica obbedisca alla forma.

All’inizio era la forma, dunque, parafrasando l’incipit del Vangelo di Giovanni. Essa costituisce l’unico punto di partenza, la sola specifica, visto che si tratta di un solo tempo, senza neanche i secondi. Paradossalmente, dunque, stiamo parlando di un calibro di base destinato, almeno così sembra, a non avere gli sviluppi, intesi come sovrapposizione di complicazioni, ai quali siamo abituati e che dalla presentazione di un calibro base normalmente ci si attende. Mi sforzerò di farvene apprezzare i segreti, come al solito, ma il compito è arduo perché uno scheletrato per definizione non ha segreti e quello che vedete è scheletrato che di più non si può.

Non so voi, ma non ricordo di un calibro nato all’origine per essere scheletrato. Di orologi scheletrati pullula l’alta orologeria ma per questo prodigio i canoni di scheletratura sono affatto invertiti: a scuola, di orologeria, ci hanno insegnato che per scheletrare occorre togliere materiale. Qui, invece, di materiale non ne hanno proprio messo dall’inizio e non si è reso necessario neanche un colpo di lima. Credo sia proprio questa la peculiarità del Calibro 2 e che da qui derivi il motivo di interessare questa rubrica, squisitamente tecnica, della nostra rivista.

Si parlava di fiori. Della camelia, oltre che la perfezione circolare dei petali è resa in maniera sublime la tridimensionalità, in barba a qualsiasi esigenza di sottigliezza: si contano non meno di 5 diversi livelli nei ponti con motivi circolari dati dalle ruote e dagli stessi ponti che si rincorrono sopra, sotto, intorno uno all’altro, tanto da ridestarmi – esclusa qualsiasi velleità dissacrante – una reminiscenza dantesca:

Nella profonda e chiara sussistenza
dell’alto lume parvemi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
e l’un da l’altro come iri da iri
parea riflesso e il terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Treno di ingranaggi, scappamento e bilanciere rispondono subito all’appello, ma mancano platina e ponti, e cosa ancor più grave le viti! Il calibro 2 sembra cresciuto in autonomia intorno alle ruote, come un fiore sbocciato: …e l’un dall’altro come iri da iri…, appunto come vi dicevo. Scovare e distinguere platina e ponti, che ci attendiamo da un movimento a carica manuale, non è cosa da poco, neppure per gli esperti, quali dovete essere se seguite i miei articoli. Platina, viti e ponti ci sono, in realtà, ma identificarli è davvero difficile, anzi impossibile senza smontare il movimento dalla cassa.

Nelle figure 1 e 2 il mistero è parzialmente svelato. Compaiono 5 rassicuranti viti, 1 in figura 2, a dimostrare che il calibro si può smontare e non è un monolite. Le viti restano perfettamente nascoste alla vista dal profilo della cassa quando il calibro 2 è montato all’interno di questa.

Ma è ancora difficile distinguere i ponti dalla platina. Notate la perfetta simmetria del calibro 2: se non fosse per la posizione della corona, che fa la spia, sarebbe davvero difficile distinguere il lato A dal lato B: un aiuto a riconoscere il lato B lo dà il leoncino – 2 – smaltato su un dischetto posto in prossimità alla vite del diretto – 3 -, svitando la quale si possono estrarre corona e albero di carica. Dicono che la presenza del leoncino – meglio visibile più avanti in figura 17 – sia, in Chanel, una specie di punzone di qualità, a dimostrare che si tratta di un calibro di manifattura.

Svitate le viti – 1 – e tolti ponti, ingranaggi e scappamento, appare la platina, sempre mostrata su entrambi i lati – figure 3 e 4 -. I rubini appaino seminati a caso, ma da essi sembrano essere poi germogliati i petali della camelia. Sulla loro perfetta circolarità, spazialità e simmetria non vi tedio oltre, osservate solo la perfezione del camelia-anglage, che merita da oggi un capitolo a sé nel libro prezioso delle finiture dell’alta orologeria. Il compito di contare i rubini non è mai stato così facile, ammettetelo. In figura 5 sono mostrati due lingotti di metallo prezioso riportanti il logo e il nome del prodigioso calibro. Sono inseriti – notate le estremità circolari – trasversalmente sulle apposite sedi della platina – 4 in figura 3 – come particolari tessere di puzzle. Se ne stanno discretamente celate nel calibro e nella cassa, quasi come una preziosa riserva aurea per le emergenze.

In figura 6 e 7 vedete l’unico ponte del rotismo e del bariletto – sui due lati – che dovete immaginare di dover sovrapporre alla platina di figura 3 in modo che i motivi circolari corrispondano perfettamente, al pari dei rubini. In figura 7 vedete una rassicurante vite che trattiene la ruota intermedia di messa all’ora. Subito sotto – 6 – vedete il foro destinato a ospitare il leoncino.

Infine, in figura 8, trovate il più strano ponte del bilanciere che vi sia mai capitato di ammirare. Per arrivare al rubino montato sull’Incabloc, sede dell’asse del bilanciere, bisogna seguire un percorso labirintico che sembra rubato dalle pagine della… Settimana Enigmistica.
Se provate ad accostare idealmente i due ponti che vi ho appena descritto, vi meraviglierete della perfezione con cui si incastrano l’uno sull’altro, integrandosi e fondendosi in modo di dare l’idea di diventare inscindibili.

In figura 9 iniziano le meraviglie squisitamente meccaniche. Il complesso, realizzato in maniera modulare, racchiude il meccanismo, invero tradizionale, di ricarica manuale e di messa all’ora. Ruota a corona – 7 -, pignone a corona – 8 -, ruota intermedia di messa all’ora – 9 -, tiretto – 10 – e molla del diretto – 11 -, leva – 12 – e molla della leva – 13 – ci sono tutti, ma sono assemblati su un insieme minimale completamente a se stante, e non fissati/avvitati a sedi fresate sulla platina, come visto finora e da secoli, che appare un piccolo capolavoro di ingegneria.

Attraverso due semplici spine di centraggio – 14 – viene fissato già completamente assemblato tra la platina e i ponti sfruttando le stesse due viti che fissano i ponti e che passano per i due fori 15. Se pensate che le viti siano diventate così preziose da dover essere lesinate a tutti i costi siete sulla strada sbagliata. La sfida del progettista di questo capolavoro è stata di imporsi un vero e proprio sciopero della vite e pare proprio che l’abbia avuta vinta!

Adesso potete trarre un respiro di sollievo: il tripudio di dentature, assi e pignoni a seguire è lo stesso di sempre. In figura 10 vedete un classico bariletto, solo sottoposto a dieta dimagrante: ha dovuto scheletrarsi anche lui e da entrambi i lati. Svela dunque la molla motrice, il cui stato – tutta avvolta intorno all’asse o svolta a ridosso delle pareti del bariletto, come in foto – ha l’indubbio vantaggio di indicare lo stato di carica, approssimato ma sicuramente incisivo.

In figura 11 vi ho ingrandito le quattro ruote del treno del tempo, di cui di seguito vi riassumo le caratteristiche. I dati sono indispensabili per calcolare prima il numero di giri all’ora della ruota centro – n1 – e quindi, secondo la formuletta, che dovreste ormai conoscere bene, il numero di semioscillazioni all’ora Ah. Ho l’impressione che questa volta non mi devo neppure scusare per la noia del consueto ragionamento che dovrete seguire attentamente.
numero denti ruota numero denti pignone
Ruota centro z1 = 96 zpmg = 11
Ruota mediana z3 = 70 z2 = 16
Ruota secondi z5 = 96 z4 = 8
Ruota scappamento ze = 20 z6 = 8

Calcoliamo il numero di giri all’ora della ruota centro, partendo dal presupposto che la ruota dei secondi ne fa naturalmente sessanta. Se:
n4/n1 = (z1 * z3 )/ (z2 * z4)
n1 = (z2 * z4) /(z1 * z3 ) * n4 = (16 * 8) / (96 * 70) * 60 = 1,142857
Ora:
Ah = (z1 * z3 * z5 * 2 * ze ) / (z2 * z4* Z6 ) * n1 =
= (96 * 70 * 96 * 2 * 20) / (16 * 8 * 8) * 1,142857 = 28.800
pari a 4 Hz: alta frequenza e, almeno in linea di principio, buona precisione dunque, nonostante si tratti di un movimento scheletrato.

Nelle figure 12 e 13 vedete ruota di scappamento, ancora e bilanciere: niente da dire per i primi due, che appaiono tradizionali. Il bilanciere, invece, ha dovuto “camelizzarsi”, assecondare cioè la vocazione a richiamare la forma del fiore di Coco Chanel. La spirale è piana e vedete le due viti di regolazione inerziale – 15 in figura 13 -.

Avevo dimenticato di segnalarvi, quando vi ho illustrato il ponte del bilanciere – figura 8 -, l’assenza di una racchetta di regolazione che avrebbe interrotto la perfetta rotondità del ponte.

In posizione 16 di figura 14 vedete il cricchetto del rocchetto del bariletto, che faceva capolino anche in figura 2, dalla originale forma a serpentello e la relativa molletta di richiamo – 17 -. Come ricorderete, durante la fase di carica, ha il compito di consentire la rotazione in un sol senso del rocchetto del bariletto: in figura 2 lo si vede sovrapposto al bariletto.

In figura 15 è mostrato il supporto del rocchetto calzante – 18 in figura 16, accanto alla ruota cambio – 19 – e alla ruota delle ore – 20 -. Come potete apprezzare il rocchetto calzante – 18 – è montato a frizione sulla ruota sottostante in modo da poter consentire la messa all’ora delle lancette durante la marcia normale dell’orologio. In questa evenienza il rocchetto gira insieme alla lancetta dei minuti, mentre la ruota, normalmente solidale al pignone, resta ferma.

Infine, in figura 18 e 19 potete ammirare platina e movimento assemblato della versione in oro 18 carati con 246 diamanti incastonati. Nel testo ho fatto riferimento alla versione nera con trattamento amorphous diamond-like carbon – ADLC – solo per non distrarvi con lo scintillio dei diamanti.

Ora che avete ben compreso le meraviglie del movimento, siete liberi di scegliere quale versione meglio interpreti la personalità della vostra lei. Questo se siete lettori del mio sesso. Per le lettrici non resta che fare presente discretamente al vostro lui le vostre preferenze: nel caso peggiore dovrete accontentarvi dei diamanti sulle sole lancette!