Sarà possibile visitare fino al prossimo 3 ottobre la mostra “Tempo Barocco”, inaugurata lo scorso 15 maggio nel nuovo spazio dedicato alle esposizioni temporanee delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini a Roma.

Al centro della mostra curata da Francesca Cappelletti e Flaminia Gennari Santori, il Tempo declinato in tutte le sue forme secondo le varie rappresentazioni dell’epoca seicentesca. Un nuovo concetto di Tempo: rispetto ai secoli precedenti, in cui rimaneva un’allegoria di contorno, sulla ridondante scena barocca il Tempo diventa infatti protagonista, mentre cresce la volontà di dominarlo da parte dell’uomo con strumenti sempre più sofisticati in grado di misurarlo in modo sempre più preciso. L’allestimento si basa su dipinti, sculture e disegni dei principali maestri dell’epoca, la maggior parte dei quali vissuti a Roma nel corso del XVII secolo; artisti italiani come Pietro da Cortona presente con “Il ratto delle Sabine” (1630) – al quale si deve anche il monumentale affresco “Trionfo della divina Provvidenza” (1632-39) che ricopre la volta del maestoso salone di rappresentanza del piano nobile di Palazzo Barberini, sede della Galleria Nazionale di Arte Antica -, e Gian Lorenzo Bernini – al quale invece si deve l’architettura grandiosa del Palazzo stesso, realizzata insieme a Francesco Borromini su progetto originario di Carlo Maderno -, di cui possiamo ammirare alcuni schizzi preparatori (1646 circa) per il gruppo marmoreo “La Verità svelata dal Tempo”, di cui verrà realizzata poi la sola “Verità” (1652) oggi conservata alla Galleria Borghese, sempre a Roma.

Tra gli altri artisti italiani ricordiamo poi Guido Reni, il Domenichino, Guido Cagnacci, lo scultore Alessandro Algardi con la sua bellissima “Allegoria del Sonno” in marmo nero (1636); tra quelli stranieri Antoon van Dyck, Valentin de Boulogne, Nicolas Poussin, Christian Berentz con una raffinata serie di nature morte dei primi del ’700.

Ad affiancare dipinti, sculture e disegni, non poteva poi mancare una serie di preziosi segnatempo d’epoca – in tutto sono nove, più un trattato di orologeria del 1665 di Giuseppe da Capriglia -, con rifiniture e decori importanti: ed è semplicemente magnifico, anche per importanza storica, l’“Orologio silenzioso o notturno” del 1680-1690 circa – la lettura dell’ora al buio avveniva tramite una candela collocata nella cassa in modo da illuminare i dischi orari traforati – in ebano con intarsi in pietre dure realizzato da Pier Tommaso Campani e decorato con la “Fuga in Egitto” da Francesco Trevisani. E magnifici sono anche gli altri segnatempo in mostra, tra i quali, tanto per citarne alcuni, un secondo “Orologio notturno, con Padre Tempo e le Quattro Stagioni che traghettano un giovane addormentato sul fiume Stige” in legno intarsiato, pietre dure e marmi policromi di Filippo Lauri (1623-1694); il “Totenührli” (orologio con scheletro), opera di Christian Giessenbeck prodotta tra il 1640 e 1660 in oro, smalti policromi, pietre preziose, perle e base “squelette” in cristallo attraverso la quale è possibile ammirare gli ingranaggi del movimento; l’“Automa in forma di elefante” di fine ’500 in bronzo dorato e pietre dure attribuito a Erasmus Pirenbrunner; il raro (datato 1563) “Orologio da persona con suoneria, detto di san Filippo Neri” (lo aveva ricevuto in eredità nel 1596) realizzato da Giovanni Maria Barocci in ottone e ferro con smalti e intarsi in argento e movimento con scappamento a verga.

L’esposizione si snoda attraverso otto sale su 750 mq, in un percorso suddiviso in cinque sezioni: le prime tre, “Il mito del Tempo”, “Il Tempo e l’Amore” e “Il Tempo tra calcolo e allegoria”, che rappresentano il Tempo come mito; la quarta, “Tempo Vanitas”, che mette al centro invece la caducità della vita umana, con i classici moniti del “tempus fugit” e “memento mori” raffigurati come da tradizione sotto forma di teschi, candele, orologi; infine la quinta, “Fermare il Tempo, cogliere l’azione”, che mostra gli aspetti più teatrali propri dell’epoca Barocca. Un allestimento ampio e variegato quindi, imperdibile per gli appassionati dell’orologeria antica, che ha chiamato in causa importanti musei italiani e internazionali e si fregia di un bellissimo ed esaustivo catalogo edito da Officina Libraria.

 

In foto: “Orologio silenzioso o notturno” (1680-1690 circa) in ebano con intarsi in pietre dure realizzato dal celebre orologiaio Pier Tommaso Campani, attivo perlopiù a Roma, e decorato con la “Fuga in Egitto” dal pittore di formazione veneziana, ma ben inserito nell’ambiente romano, Francesco Trevisani. (foto Alberto Novelli)